Abbiamo tutti una “formazione giardiniera”

Nei miei workshop, uno dei temi centrali è spesso quello della propria “formazione giardiniera”. Che cosa significa per me quest’espressione? Sicuramente non mi riferisco  a una formazione professionale, per diventare per l’appunto un giardiniere. Con “formazione giardiniera” io  intendo  tutto quello che abbiamo vissuto, da un punto di vista esperienziale, in relazione al giardino e alle piante nel corso della nostra vita, a partire dall’infanzia.

Per intenderci, non bisogna per forza aver posseduto un giardino privato per dire di aver vissuto un rapporto col giardino. Vanno benissimo i ricordi legati al giardino dei nonni o di un amico di famiglia o al parco urbano in cui giocavamo arrampicandoci sui rami bassi degli alberi ornamentali.

La formazione giardiniera ci accompagna nel tempo, per tutta la vita, ed è quella che abbiamo vissuto dalla nostra nascita fino al momento presente.

La formazione giardiniera attiva

L’approccio attivo è anzitutto consapevole. Riguarda tutti coloro che ad un certo punto della loro esistenza si sono resi conto che il giardino è un luogo  importante, benefico, protetto, del quale non possono fare a meno. percepire attivamente il giardino significa viverlo, ritrovare l’ascolto di se stessi e avare un punto di vista privilegiato sulla vita di piante e animali.

Quello attivo è un approccio in evoluzione, per cui è sempre alla ricerca di altri esempi di giardino, nuovi e diversi dal giardino conosciuto, per forma e specie botaniche. Chi ha questo approccio legge di giardini, visita giardini, si esercita con le proprie piante divertendosi e, nel tempo, conoscerà altri appassionati o amanti del giardino.

La formazione giardiniera passiva

Talvolta non siamo consapevoli che è quasi impossibile non entrare in contatto col giardino, perché è un elemento ricorrente nel paesaggio culturale umano. E’ una parte di noi sia nel mondo reale, che in quello delle idee.

Chi ha un approccio passivo pensa di non avere una relazione col giardino. Magari sta seduto su di una panchina di un parco pubblico mentre scrive messaggi sullo smartphone senza osservare l’ambiente circostante. Oppure  davanti alle finestre di casa sua arrivano i rami più alti di un albero del giardino condominiale e non se ne è mai accorto. Usare il termine passivo, per parlare del proprio approccio al giardino, non ha un’accezione negativa. Pur facendolo in modo distratto o inconsapevole, chi vive passivamente questa relazione ha comunque impresse nella propria memoria immagini di piante, di giardini e di parchi che hanno dato forma alla sua idea di giardino.

Il giardino, creazione ad arte

Se chiedessimo alla persona più disinteressata a questo argomento: “Secondo te quali sono gli elementi di un giardino?” o “Come deve essere un giardino secondo te?”, molto probabilmente risponderebbe con pertinenza, e talvolta anche dando una spiegazione personale. Ognuno di noi ha due idee di giardino: da  un lato l’idea culturale o sociale, ossia di come un giardino “deve essere”; dall’altro, l’idea derivata  dalla sua esperienza (attiva o passiva).

Il giardino è soprattutto creazione dell’uomo, per cui è normale che ognuno abbia un’idea di cos’è e di com’è fatto un giardino. Il giardino è una creazione artificiale che utilizza gli elementi naturali per comporre un luogo nuovo, ponte tra cultura e natura. Prendere consapevolezza di questo assunto ci rende più attivi, più consapevoli, più inclini alla meraviglia, alla comprensione di quanto sia importante per noi esseri umani la relazione con le piante, dentro e fuori dal giardino.

La mia “formazione giardiniera” individuale

La mia formazione giardiniera è stata passiva per un lungo periodo. Sono stato un bambino, un adolescente, un giovane uomo apparentemente disinteressato al giardino, anche se, da subito, ho provato la sensazione che fosse un luogo positivo. Non ero consapevole del ruolo che il giardino avrebbe giocato nella mia vita futura.

Se chiudo gli occhi, il primo giardino che vedo nella mia formazione è quello di un paesino in provincia di Biella, nella casa dei nonni paterni. Era un giardino-piazza, piccolo luogo di incontro familiare, composto di pochi elementi, poiché su di esso si affacciavano e si affacciano ancora le abitazioni dei miei parenti. Ci passavo l’estate con i nonni e ricordo soprattutto il piccolo prato, l’orto, il selciato in pietra grigia e un gazebo su cui si arrampicava da più di cento anni una pianta di glicine vigorosa, ancora esistente. E poi non posso non citare le ortensie gigantesche, la forsizia, il cotogno giapponese e una vasca in cui, ancora bambino, avevo sperimentato la coltura dei gladioli.

Penso sia stata la mia grande passione per il mondo naturale, dapprima per gli animali e poi in modo assoluto per le piante, ad avvicinarmi al giardino. Sono diventato consapevole e attivo nella mia relazione con il giardino intorno ai trent’anni. Anche se non ne ho mai avuto uno, ho iniziato ad apprezzarne la bellezza, il ruolo e il significato, vivendo quello degli altri o il parco pubblico. Per fortuna oggi sublimo questa necessità “sfogandomi” su di un terrazzo-giungla abbastanza grande, grazie al quale continuo la mia formazione esperienziale. Inoltre, ho la grande fortuna di poter lavorare sui giardini altrui, conoscendone così continuamente di nuovi e potendo accrescere la mia relazione con essi.

Qual è la vostra formazione giardiniera?

Attraverso domande mirate ed esercizi, durante i miei laboratori i partecipanti riescono a individuare la loro formazione giardiniera. Talvolta, anche luoghi insospettabili possono assurgere al ruolo di giardino. Ricordo il racconto di un uomo di settant’anni cresciuto, da bambino, tra i cantieri di una periferia milanese in pieno sviluppo, negli anni cinquanta. Quando gli ho chiesto di condividere con il gruppo quale fosse stata la sua esperienza infantile di giardino, lui ha risposto un po’ deluso: “Io non ho mai giocato in un giardino. Dove vivevo io non c’erano giardini!”. La sua percezione era netta, ma l’ho sfidato comunque a pensare a quale fosse il suo campo da gioco, il luogo in cui si trovava con i suoi amici. Ci ha pensato un po’, e dopo che il resto del gruppo ha condiviso un interessante giro di esperienze, ha deciso di raccontarci che il luogo che aveva vissuto da bambino non era un giardino, ma per lui ne aveva preso la valenza. Si aggirava infatti, a piedi o in bicicletta, con altri bambini, tra i condomini in costruzione, e a fare da scenario ai loro giochi di fantasia c’erano montagnole di sabbia o ghiaia, terra di riporto, cavi e materiali edili, che disegnavano la struttura e costituivano i materiali di questo giardino immaginario, segnandone i confini in continuo movimento. Nella sua fantasia gli incolti composti da erbacce spontanee, arbusti e alberelli, cresciuti sfidando l’impermanenza di quel luogo in evoluzione, prendevano il posto di rose e peonie. Insomma, ci ha regalato un bellissimo quadro che certo non corrisponde all’idea che la società ha del giardino, ma sicuramente ha avuto su di lui un forte effetto formativo.

Questo racconto potrebbe forse essere interessante per Gilles Clement con le sue idee di giardino in movimento. Mi piacerebbe aiutare quell’uomo a ricostruire sul proprio terrazzo quel luogo della sua infanzia che oggi non esiste più. Creare un “giardino selvatico” ad arte, utilizzando piante da cantiere: buddleje e graminacee, Erigeron e malve.

Esercizio: individua il tuo giardino d’infanzia

Quale giardino felice (privato o pubblico) della vostra infanzia ricordate, se chiudete gli occhi? Provate a descriverlo. Anche se non conoscete i nomi delle piante, provate a raccontare com’erano. Pensate quali erano i materiali che lo componevano (ringhiere, cancello, lastricato in pietra, palificazioni in legno, gazebo in ferro battuto). Scrivete il nome del proprietario di quel giardino, se ce n’era uno, e provate a ricordare un momento vissuto proprio lì, insieme ad altre persone o in solitaria.”

Potete rispondere qui sotto nei commenti, oppure potete farlo scrivendo su di un vostro quaderno. A cosa serve questo esercizio? A individuare i primi ricordi legati al giardino e, attraverso la memoria, a ricordare come ci si relazionava con esso. Recuperare questa memoria ci aiuta a conoscerci meglio oggi. Questo è il punto di partenza dei miei workshop sul giardino.

Se desiderate approfondire questo argomento e condividere con un gruppo, potete partecipare ai miei workshop “Il Giardino Archetipico”,  “Il Giardino Immaginifico” e “Il Giardino, tra Sogno, Presente e Futuro”, interamente incentrati su queste tematiche. Potete avere tutte le informazioni sulle date dei workshop scrivendomi una mail oppure tramite i miei social e iscrivendovi alla Newsletter.

Fatemi sapere se ricordate qualche tratto saliente della vostra formazione giardiniera!

 

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